
La pandemia di Covid-19 e le tensioni geopolitiche degli ultimi anni hanno evidenziato la vulnerabilità dell’Europa nella catena di approvvigionamento dei semiconduttori. L’Unione Europea si è dotata di un pacchetto di norme, l’European Chips Act, per mitigare la sua significativa dipendenza da fornitori extraeuropei, rafforzare la propria autonomia tecnologica e garantire la resilienza del settore.
Implicazioni geopolitiche: anatomia di una dipendenza critica
La carenza di semiconduttori è esplosa nei primi mesi del 2020. La crisi ha radici più remote, ma è stata la pandemia di Covid-19 ad agire da detonatore, rivelando l’estrema fragilità delle catene di approvvigionamento globali. In quel frangente sia l’interruzione delle filiere delle microelettronica, sia l’errato taglio delle previsioni di vendita e di contro l’aumentata domanda e la corsa all’accaparramento (Chip Storage) hanno fatto calare bruscamente le quantità di questo prodotto sul mercato. La tempesta ha investito interi settori industriali, in particolare quello dell’automotive, dei dispositivi medici e dell’elettronica di consumo, evidenziando una realtà scomoda: l’Europa è un’importatrice netta e dipende essenzialmente da pochi attori per l’approvvigionamento della componentistica per la microelettronica, il “petrolio” del XXI secolo.
I numeri parlano chiaro: è Taiwan a essere leader del mercato, con oltre il 60% della produzione mondiale e il 90% dei chip più avanzati, principalmente attraverso la Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (TSMC), che rifornisce, per esempio, Apple e Nvidia. La Corea del Sud segue a ruota, con i colossi Samsung Electronics e SK Hynix.
Gli Stati Uniti, con la promulgazione nel 2022 del Chips Act (Chips è acronimo per “Creating Helpful Incentives to Produce Semiconductors”) hanno stanziato circa 52 miliardi di dollari per l’indipendenza da forniture asiatiche, la produzione e la ricerca e sviluppo di semiconduttori a livello nazionale, la protezione delle infrastrutture critiche e il mantenimento dei massimi livelli di cybersecurity. Con ciò creando, di fatto, un nuovo paradigma di “guerra dei sussidi” globale.
La Cina, investita dalle restrizioni volute nello stesso 2022 dall’amministrazione Biden (che ha proibito la vendita diretta di chip maturi e avanzati a Pechino e ha deciso vincoli sulla cessione di macchinari per la loro produzione, la condivisione di studi e la ricerca di personale specializzato da parte delle aziende cinesi), ha infatti reagito investendo massicciamente per sviluppare un’industria autoctona e ridurre così la propria dipendenza tecnologica da fornitori esteri. Tanto che la strategia nazionale per i circuiti integrati, sviluppata nel quadro del prospetto Made in China 2025 e successivamente nel 14° Piano quinquennale (2021-2025), ha indicato come obiettivo quello di raggiungere il 70% dell’autosufficienza nel settore entro la metà di questo decennio, un risultato, in realtà, lontano dall’essere raggiunto.
Anche il Giappone, un tempo leader mondiale del settore insieme agli Stati Uniti, nel novembre 2024 ha promosso un piano da 65 miliardi di dollari tra investimenti in ricerca, sussidi e incentivi fiscali per il rilancio dell’industria nazionale dei semiconduttori, una riduzione delle forniture estere, un rafforzamento della resilienza e un consolidamento del proprio ruolo strategico e della competitività. Tra i maggiori beneficiari vi è Rapidus, società fondata nel 2022 con il sostegno governativo, oltre alle grandi aziende nazionali come Sony o Toyota.
La “weaponization” delle catene di approvvigionamento è ormai una realtà e i semiconduttori sono diventati strumenti di soft power. Lo dimostra, tra gli ormai innumerevoli esempi, la recente sospensione di alcune vendite sia di semiconduttori sia di componenti e software utilizzati nei motori a reazione, messa in atto dagli Stati Uniti a danno della Cina in risposta alle misure repressive di Pechino sull’esportazione di minerali utilizzati in ampi settori manifatturieri. Una guerra che si aggiunge a quella dei dazi reciproci e che sta allarmando le industrie coinvolte, che sono allo stesso tempo arma e vittime della situazione perché impossibilitate o rallentate nella realizzazione dei propri prodotti. Con la corsa al controllo delle catene strategiche, come quelle di terre rare, semiconduttori o acciaio, stiamo di fatto assistendo al passaggio dal protezionismo mirato dell’era Biden a una logica che sta diventando sistemica nell’era Trump e che punta a rimodellare non solo i flussi commerciali ma il potere economico globale.
Ed è nel quadro di questa complessa partita geopolitica e in un confronto con difficili equilibri e tensioni crescenti che si inserisce la strategia dell’UE, tesa a rafforzare la propria capacità produttiva e tecnologica e a ridurre la dipendenza sia dai fornitori asiatici sia dall’egemonia americana, superando la frammentazione degli sforzi tra Stati membri e la mancanza di colossi industriali del settore.
L’European Chips Act: obiettivi e struttura
I semiconduttori, motori della trasformazione digitale e della transizione green, hanno dunque assunto un ruolo cruciale per la tenuta economica, industriale e militare dei principali attori del contesto mondiale. Per questo motivo nel febbraio 2022 la Commissione Europea ha proposto un pacchetto di norme e raccomandazioni agli Stati membri, che è entrato in vigore il 21 settembre 2023 con il nome di European Chips Act. Il pacchetto, che delinea una logica e una strategia generali per affrontare la crisi di approvvigionamento di semiconduttori e le carenze nelle competenze e negli impianti chiave di progettazione e produzione di chip, punta a raddoppiarne la quota di mercato globale, portandola dal 10% del 2020 al 20% entro il 2030.
I tre pilastri del Piano Ue
Per raggiungere questo obiettivo il piano UE, che prevede un investimento combinato di oltre 43 miliardi di euro da parte di fondi pubblici e privati, si articola su tre pilastri principali:
Chips for Europe Initiative
L’iniziativa sostiene la ricerca e l’innovazione, promuovendo l’istituzione di linee pilota avanzate e di una piattaforma di progettazione cloud-based. L’obiettivo è accelerare lo sviluppo delle tecnologie relative ai semiconduttori, creare centri di competenza in tutta l’Unione e colmare il divario tra capacità di ricerca e sviluppo industriale.
Quadro per gli impianti di produzione
Il quadro intende garantire sicurezza dell’approvvigionamento e resilienza del settore dei semiconduttori nell’UE, incentivando gli investimenti in strutture di produzione all’avanguardia e rafforzando le capacità produttive nel settore con la realizzazione di impianti“first-of-a-kind”, ossia impianti di produzione di semiconduttori capaci di un livello di innovazione non ancora presente sul mercato UE, che avranno diritto a procedure amministrative semplificate e a un accesso prioritario alle linee pilota.
Meccanismo di coordinamento
Istituisce un sistema di monitoraggio, stima della domanda, previsione e risposta alle crisi, garantendo una collaborazione efficace tra Stati membri, Commissione e terze parti interessate, guidata dall’European Semiconductor Board, un comitato istituito ad hoc e composto dai rappresentanti di tutti gli Stati membri.
L’European Chips Act è un progetto ambizioso e rappresenta più di una politica industriale: è un tentativo di ridefinire l’architettura geopolitica del XXI secolo. L’Europa si trova di fronte a una finestra temporale limitata per costruire la propria autonomia strategica e il successo di questa strategia dipende dalla sua capacità di mantenere l’unità tra Stati membri, evitando frammentazioni che potrebbero compromettere l’efficacia degli investimenti. Cruciali, in questo senso, sono l’armonizzazione delle policy nazionali e le misure volte a trattenere i talenti nel continente.
Sulla scorta del Chips Act è stata messa in campo la Chips Joint Undertaking (Chips JU), un’iniziativa pionieristica basata sul partenariato pubblico-privato per colmare il divario tra R&S e mercato con finanziamenti mirati per personale e attrezzatture.
Le criticità del modello europeo
Tuttavia, nonostante gli sforzi, a distanza di due anni permangono alcune criticità:
- Finanziamenti insufficienti: secondo la Corte dei Conti europea, gli investimenti previsti potrebbero non essere sufficienti per raggiungere l’obiettivo del 20% di quota di mercato entro il 2030.
- Carenza di manodopera qualificata: la formazione di personale specializzato rappresenta una sfida cruciale per sostenere la crescita del settore.
- Dipendenza da materie prime: l’Europa continua a dipendere da fornitori esterni per materiali critici, esponendosi a rischi di interruzione della catena di approvvigionamento.
Per superare queste difficoltà, lo scorso 21 gennaio l’Italia, insieme ai Paesi Bassi e ad altri Stati UE, ha presentato un documento di indirizzo che propone una serie di azioni mirate a rendere più competitive le imprese del settore e insieme definire il futuro Chips Act 2.0, sul quale la Commissione Europea si è impegnata a lavorare con l’obiettivo di definirlo entro il 2026.
I progetti europei in pipeline: il caso Intel
Da Intel a Magdeburg a STMicroelectronics a Catania, da GlobalFoundries in Francia a Infineon a Dresda, i primi progetti non hanno ancora dimostrato appieno l’efficacia dell’European Chips Act e la capacità del Vecchio Continente a competere nell’arena globale dei semiconduttori.
Il caso più emblematico, perché evidenzia la rilevanza dei cicli economici globali del settore, è rappresentato dalle vicende legate al rinvio di almeno due anni della costruzione di due mega-fabbriche di chip, in Germania e in Polonia, deciso dalla multinazionale statunitense Intel che, nel secondo semestre del 2024, ha registrato importanti perdite di fatturato. Nella tedesca Magdeburgo, Intel avrebbe dovuto creare un polo da 30 miliardi di euro, di cui 10 miliardi di sussidi federali, e circa 3 mila posti di lavoro high-tech più circa 7 mila posti in fase di costruzione, con avvio della produzione previsto per il 2027-2028. Per il progetto in terra polacca, invece, era stato stanziato un investimento da 4,2 miliardi di euro, di cui 1,7 miliardi provenienti da aiuti statali.
Intel, di contro, ha confermato il suo impegno per la realizzazione di nuovi impianti negli Stati Uniti.
Opportunità per l’Italia: il caso di Catania
L’Italia è al centro di un piano di investimenti nel settore pari a oltre 9 miliardi di euro conseguiti nel 2024, con interventi significativi come quello del colosso singaporiano Silicon Box a Novara per 3,2 miliardi di euro, iniziative che prevedono insediamenti in Piemonte, Emilia-Romagna e Sicilia e, non ultimo, il progetto da 5 miliardi di STMicroelectronics a Catania, primo progetto a ricevere finanziamenti sotto l’European Chips Act.
In relazione a quest’ultimo, il Paese ha inteso posizionarsi strategicamente nel nuovo ecosistema europeo dei semiconduttori puntando in particolare su una nicchia tecnologica ad alto valore aggiunto: il nuovo impianto di Catania dell’italo-francese STMicroelectronics sarà il primo al mondo completamente integrato per la produzione di wafer in carburo di silicio (SiC). Questi chip, più costosi da produrre rispetto al silicio tradizionale, sono fondamentali per l’industria automotive elettrica e i sistemi di energia rinnovabile, perché offrono efficienza energetica superiore e resistenza alle alte temperature. STMicroelectronics, già leader mondiale nel settore SiC con clienti come Tesla, BMW e Renault, punta a consolidare questa posizione attraverso l’integrazione verticale della supply chain.
Il modello italiano non si limita alla produzione: il Chips Fund nazionale e il Centro Italiano per la Progettazione di Circuiti Integrati a Semiconduttori di Pavia, quest’ultimo destinatario di 225 milioni di investimento, stanno creando un complesso ecosistema che collegherà università, centri di ricerca e industria.
Conclusioni
La domanda di semiconduttori e di chip non è mai stata così diffusa, poiché da questi dipendono molti settori critici dell’economia globale, dalla transizione energetica alla biotecnologia, dai sistemi di telecomunicazione 5G e 6G allo sviluppo dell’AI. La partita è appena iniziata, ma le prime mosse europee mostrano una strategia chiara: non limitarsi a seguire il modello asiatico o americano, ma creare un ecosistema distintivo che combini eccellenza tecnologica, sostenibilità ambientale e resilienza geopolitica.
L’European Chips Act affronta sfide strutturali significative, come gli elevati costi energetici che rendono la produzione meno competitiva rispetto all’Asia e la carenza di competenze specializzate, ma è una strategia che rappresenta un passo significativo verso la c.d. sovranità by design, ossia la sovranità digitale, dell’Europa, e in questa trasformazione l’Italia, attraverso iniziative e investimenti mirati, ha l’opportunità di giocare un ruolo chiave. L’obiettivo, che riguarda la capacità di gestire e controllare le proprie infrastrutture tecnologiche critiche, i sistemi e i dati, e di conseguenza la difesa della sicurezza nazionale ed europea nonché i valori democratici, passa anche attraverso un adeguato processo di approvvigionamento di componentistica e semiconduttori, che contrasti la vulnerabilità data dalla dipendenza da un pugno di fornitori globali. È in gioco l’autonomia decisionale dell’Europa, il cui futuro digitale si giocherà nei prossimi anni, un chip alla volta.
Fonti
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