29 Agosto 2025
Warren Buffett compie 95 anni: vita, patrimonio ed eredità del «più grande investitore del mondo». «Il mio errore più raccapricciante? Costò 18 miliardi»


di
Massimiliano Jattoni Dall’Asén

Il 30 agosto Buffett spegne 95 candeline: dall’infanzia a Omaha alla guida di Berkshire Hathaway, ecco come sobrietà e pazienza sono diventati i cardini della sua leggenda. Anche negli errori

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«A 95 anni, Warren Buffett non sta andando in pensione, sta celebrando il suo traguardo continuando a lavorare nei weekend». Così MarketWatch, pochi mesi fa, commentava, scherzando, il traguardo anagrafico raggiunto quest’anno dal quinto uomo più ricco del mondo secondo Forbes (è nato a Omaha il 30 agosto 1930), e l’annuncio, fatto nel maggio scorso, del suo ritiro dalle cariche operative della Berkshire Hathaway, l’azienda tessile rilevata nel 1965 e trasformata in una formidabile holding di investimenti finanziari. Al suo posto arriva Greg Abel, ma lo stesso Buffett ha rassicurato tutti con la solita ironia: «Non starò a casa a guardare soap opera».

«Il più grande investitore del mondo»

E così, mentre Warren Buffett spegne le sue 95 candeline, il mondo finanziario mondiale celebra lui e il suo patrimonio netto, a maggio scorso stimato in circa 160,2 miliardi di dollari (Forbes). Ma «il più grande investitore del mondo», come lo ha definito il Financial Times, non è soltanto un uomo d’affari: è un simbolo, quasi un personaggio letterario. «Buffett non è soltanto un investitore: è l’ultimo grande narratore del capitalismo americano», ha scritto la testata economica online Quartz




















































La sua biografia, in una miscela di semplicità e leggenda, di aneddoto e strategia, scorre parallela a quella dell’America del Novecento e di questo primo accenno di nuovo Millennio: il ragazzo che da bambino vendeva lattine di Coca-Cola porta a porta è da decenni l’oracolo a cui Wall Street si affida per capire il senso delle tempeste. 

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«Buffett è stato per decenni una rarità: un investitore le cui lettere annuali agli azionisti venivano lette come testi sacri», ha ricordato ancora Quartz, ricordando come i suoi aforismi abbiano influenzato più di un’intera generazione di manager e risparmiatori.

Gli inizi

La storia inizia a Omaha, Nebraska, nel 1930, nel pieno della Grande Depressione. Padre deputato repubblicano, madre severa, il piccolo Warren si appassiona presto ai numeri e al mercato. «A 7 anni ho iniziato a leggere libri sugli investimenti. A dieci avevo letto praticamente tutti i volumi della biblioteca pubblica di Omaha», ha raccontato lo stesso Buffett. «Trovare la propria passione è magnifico». Dopo una visita al New York Stock Exchange, con i risparmi dei lavoretti a soli 11 anni compra la sua prima azione, a 13 compila già la dichiarazione dei redditi. «Ero diventato un capitalista», scriverà in una lettera agli azionisti della Berkshire Hathaway.

Gli anni della scuola sono complicati per Buffett specie dopo il trasferimento della famiglia a Washington. Finisce a rubacchiare nei negozi e fa il fattorino nel tempo libero. Ma in lui cresce una devozione semplice: osservare, calcolare, aspettare. «Il prezzo è quello che paghi, il valore è quello che ottieni», è la frase che riassume il suo metodo; e non a caso è stato definito «il profeta della pazienza». Intanto, consegna il Washington Post, di cui poi diventerà azionista nel 1973, coltivando l’arte «del lancio del giornale». E infatti, ogni anno, all’assemblea dei soci della Berkshire Hathaway lancia una copia del quotidiano proprio in ricordo del suo primo lavoro. Ne è nato un vero contest a cui, tra gli altri, ha partecipato anche Bill Gates, il fondatore di Microsoft, suo grande amico.

L’incontro con Benjamin Graham

Ma l’incontro-svolta della sua vita, come spesso ha raccontato lo stesso Buffett, è stato quello con Benjamin Graham, professore alla Columbia University di New York. Negli anni Quaranta, Buffett si era iscritto alla Business School proprio perché lì insegnava Graham, già celebre autore di Security Analysis (1934, scritto con David Dodd) e, poco dopo, di The Intelligent Investor (1949), testi che diventarono la «Bibbia» del value investing. Buffett ha sempre raccontato che leggere proprio The Intelligent Investor è stata «l’esperienza più importante della mia vita dopo la nascita dei miei figli». 

Quando superò il suo maestro

Una volta laureato, Buffett riuscì a farsi assumere dal suo maestro alla Graham-Newman Corporation a New York. Lì, per due anni, imparò sul campo il rigore dell’analisi, la disciplina dell’investimento e l’ossessione per il «margine di sicurezza»: comprare azioni solo quando il prezzo è ben al di sotto del valore stimato. Alla fine, lo schema di investimenti messo a punto da Graham è stato adottato alla lettera dal futuro «Oracolo di Omaha».  

Ma pur venerando Graham, Buffett ne superò gradualmente il metodo. Graham era molto «quantitativo»: cercava azioni sottovalutate in senso strettamente numerico, anche se si trattava di aziende mediocri. Buffett, invece, influenzato anche da Charlie Munger, sviluppò un approccio più «qualitativo»: preferiva comprare aziende eccellenti a prezzi giusti, piuttosto che aziende mediocri a prezzi stracciati. Come la Berkshire Hathaway, dove inizia la sua epopea imprenditoriale. 

La Berkshire Hathaway

All’inizio degli anni Sessanta, la Berkshire era una vecchia azienda tessile del New England, in declino da tempo: i bilanci erano in affanno e i telai giravano a vuoto. Buffett aveva iniziato a comprare le sue azioni perché erano così a buon mercato da rappresentare, secondo i canoni di Benjamin Graham, un affare sicuro. Non era innamorato dei telai né vedeva un futuro radioso nel tessile, ma la logica matematica lo spinse a continuare ad accumulare quote. Quando i dirigenti della società tentarono di fargli un’offerta che lui ritenne scorretta, Buffett reagì comprando ancora più titoli, fino a prendere il controllo totale nel 1965. 

Fu una vittoria di principio, più che una scelta strategica: anni dopo ammetterà che si trattò di uno dei suoi «peggiori affari» sul piano industriale. 

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Ma proprio da quell’errore nacque il suo capolavoro: Buffett decise di trasformare la Berkshire da fabbrica tessile morente a holding finanziaria, una sorta di scrigno in cui far confluire assicurazioni, banche, ferrovie, compagnie energetiche e marchi iconici, come Coca-Cola o Apple, quest’ultima la più grande partecipazione di Berkshire Hathaway di sempre. 

È in quel momento che la leggenda dell’«Oracolo» comincia davvero a scriversi.

Successi ed errori

Ma come ha spiegato Quartz nella sua celebrazione, la storia non è tutta rose e fiori. 

Tra Coca-Cola e Apple, ci sono anche operazioni che sulla carta sembravano ottime ma che poi si sono rivelate un fallimento. 

Buffett, però, non le nasconde, anzi, analizza i suoi errori minuziosamente, in modo che gli azionisti e i suoi successori possano capire dove si è verificata una mancanza della sua celebre disciplina. E così, se da una parte Berkshire possiede circa 151,6 milioni di azioni AmEx, una partecipazione pari a circa il 21% acquisita per soli 1,3 miliardi di dollari tra l’inizio e la metà degli anni Novanta, dall’altra c’è la storia della Dexter Shoe, acquistata da Buffet nel 1993. L’azienda di scarpe del Maine aveva un passato brillante e fu pagata con azioni Berkshire invece che in contanti. Quella scelta, col senno di poi, si rivelò fatale: la concorrenza delle importazioni spazzò via i margini, i profitti svanirono e il fossato competitivo che sembrava solido crollò. Le 25.203 azioni di classe A usate per l’operazione sarebbero poi valse oltre 18 miliardi di dollari.

«L’errore più raccapricciante»

Buffett stesso definì quell’acquisto «il mio errore più raccapricciante» e divenne per lui un monito contro due tentazioni: pagare troppo per aziende dal futuro fragile e, soprattutto, finanziare acquisizioni con azioni proprie sottovalutate. Il passato della società era radioso, ma la globalizzazione ne stritolò i costi e mise a nudo la debolezza strutturale.
Buffett aveva visto la storia, non l’avvenire. Da allora, fissò una delle regole auree di Berkshire: ridurre al minimo l’emissione di nuove azioni.
La diluizione, ammonisce, dura più a lungo dell’euforia di un’acquisizione.
E Dexter, ancora oggi, resta il suo caso esemplare di errore trasformato in lezione.

Il paradosso americano

Buffett ha sempre incarnato il grande paradosso americano: uno degli uomini più ricchi al mondo, più volte in cima alla classifica di Forbes, che continua a vivere nella stessa casa comprata nel 1958, a fare colazione da McDonald’s, a guidare la sua Cadillac senza scorta. Sobrietà come filosofia, non come posa.

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La sua grandezza, però, non risiede solo nella ricchezza accumulata, ma nella capacità di raccontarla. 

Ogni anno, a Omaha, la riunione degli azionisti di Berkshire Hathaway — ribattezzata la «Woodstock del capitalismo» — raduna decine di migliaia di persone venute ad ascoltare le sue battute, i suoi ricordi, le sue parabole. «Bisogna avere paura quando gli altri sono avidi, ed essere avidi quando gli altri hanno paura», ripete spesso: un comandamento più che un consiglio. 

Eppure, la sua eredità più duratura non è tanto la fortuna che ha costruito, quanto quella che ha scelto di donare: gran parte del suo patrimonio è stato e sarà destinato alla filantropia, con il Giving Pledge accanto a Bill e Melinda Gates.

Il segreto dell’Oracolo

Un gesto che trasforma la sua biografia in una parabola morale oltre che economica. 

Tuttavia, come ha osservato sul Corriere Giuseppe Sarcina, Buffett ha sempre voluto mantenere una distanza tra i suoi interessi e la sfera pubblica. Democratico centrista, ha sostenuto le campagne di Barack Obama e Hillary Clinton, ma ha rifiutato ruoli di governo: a Obama, che pensò a lui per il Tesoro, rispose che la sua forza derivava proprio dalla posizione defilata rispetto all’establishment. 

Così, pur accettando di fare da consigliere informale, ha continuato a parlare da outsider: come quando notò che, in proporzione, pagava meno tasse della sua segretaria. È in questa miscela di frugalità, saggezza, ironica distanza critica che si trova, forse, il segreto più autentico dell’«Oracolo di Omaha».

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29 agosto 2025 ( modifica il 29 agosto 2025 | 19:26)

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