
La partita aperta dell’idroelettrico. Il peso del «fiscal drag» sulla riforma dell’Irpef
Con l’industria stabilmente in recessione, l’agricoltura in netta contrazione e l’Italia ferma – prima ancora che scattassero i dazi di Donald Trump – l’agenda per l’economia non potrà che dominare l’autunno. Nelle mani di Giorgia Meloni resta ora la decisione più difficile: come spendere le sue risorse scarse di bilancio pubblico e i suoi margini di manovra politici per generare l’impatto più concreto. Le leve sono essenzialmente il fisco e il costo dell’energia, tuttora fra i più alti d’Europa e al mondo. La presidente del Consiglio e il suo governo avranno di fronte varie scelte, ma nessuna di esse può soddisfare tutti gli interessi in gioco.
Le tasse
Gran parte del tempo nella maggioranza sarà speso, naturalmente, sulle tasse. I partiti di governo si confronteranno su come finanziare i nuovi ritocchi all’imposta previsti sui redditi delle persone fisiche (Irpef) per il ceto medio. In molti però hanno già capito che il ministero dell’Economia arriverà al massimo a limitare i danni, più che a fare una reale differenza in positivo per la crescita. In questi ultimi due anni infatti i parziali aggiustamenti al rialzo di salari e stipendi all’inflazione del 2021-2023 hanno fatto entrare in aliquote più alte i redditi di milioni di lavoratori dipendenti – o hanno fatto perdere loro detrazioni – nei migliori dei casi mantenendo redditi reali uguali o addirittura in calo. Di qui la frenata dei consumi e gli ombrelloni vuoti sulle spiagge d’estate. L’inasprimento sull’Irpef che deriva dall’adeguamento parziale dei salari al carovita è stimato di solito in 17 miliardi di euro; inevitabile che gli interventi a cui lavora il ministero dell’Economia non possano che compensare solo un po’ di questi aggravi.Â
Il prezzo dell’energia
Meloni deve aver capito che le possibilità di una ripresa nel Paese si giocano di più sul prezzo dell’energia per imprese. Nei primi sette mesi del 2025 quello della borsa elettrica in Italia – prima ancora degli aggravi fiscali e di altro tipo – è stato dell’85% superiore alle medie europee, con uno scarto in aumento (si veda grafico in pagina). Al Meeting di Rimini, tre giorni fa, la premier ha indicato l’«obiettivo» di un «abbassamento strutturale del costo dell’energia». Per arrivarci, il governo sta lavorando a un decreto-legge da approvare fra fine settembre e ottobre. Il problema, lì dentro, sarà tenere insieme tre priorità potenzialmente in conflitto: ottenere un calo reale del costo dell’energia per le imprese; evitare uno scontro del governo con le imprese dell’energia (spesso partecipate dallo Stato e dalle regioni); e contemporaneamente rispettare le regole di mercato europee.
Le ipotesi
Nel governo si lavora soprattutto una misura sul costo del gas e una su quello dell’elettricità . Sul primo fronte le imprese energivore di Confindustria si erano convinte che fosse già arrivato un decreto ad hoc in Consiglio dei ministri a fine luglio, che poi è parso saltare all’ultimo. La misura prevedrebbe che in Italia si abbatta o si riduca lo scarto fra il prezzo nazionale all’ingrosso (Psv) e quello europeo (Ttf), dato che oggi il primo viaggia di circa il 10% sopra al secondo. Se questa misura passasse, il minore costo del gas per i consumatori potrebbe arrivare a circa 1,3 miliardi l’anno e un altro miliardo circa si risparmierebbe sul costo dell’elettricità prodotta con il gas naturale stesso. Si tratta di far sì che il 5%-10% di fabbisogno di metano importato in Italia dal Nord Europa – trattato al prezzo Psv – smetta di determinare il prezzo all’ingrosso di tutto il gas venduto nel Paese, in quanto volume decisivo per chiudere lo scarto tra domanda e offerta.
Che questa ipotesi sia sul tavolo del governo si intuisce da un dettaglio: proprio ieri l’associazione europea dei broker del gas Efet, che registra ottimi profitti dagli scambi al prezzo Psv, si è scagliata in un comunicato contro la riforma allo studio.
Le rinnovabili
Poi c’è il fronte dell’elettricità da rinnovabili, se possibile anche più delicato. Oggi l’energia potenzialmente davvero competitiva è l’idroelettrico, quasi un quinto del fabbisogno nazionale, prodotto a 17-20 euro di costo effettivo di produzione per megawattora (mentre le stesse concessionarie dell’idroelettrico vendono quell’energia al prezzo nazionale che è di circa cinque o sei volte più alto). L’idea è di stabilire contratti di lungo termine che permettano alle imprese industriali di comprare elettricità da idroelettrico a tre volte – non a cinque volte – il costo effettivo di produzione.
Ciò ridarebbe competitività al manifatturiero. In contropartita le società dell’idroelettrico spingono perché il governo rinnovi loro le concessioni senza gara per un altro ventennio, senza gare.
Resta da capire se la Commissione europea accetterà questa soppressione palese della concorrenza sulle concessioni pubbliche. E se permetterà che solo certe imprese abbiano diritto all’elettricità a prezzi sottoposti a un tetto massimo più basso di quelli del mercato.
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