
Nonostante le elezioni regionali alle porte, il dibattito in Veneto è bloccato in uno sfiancante e un po’ avvilente confronto fra partiti di governo su quale candidato possa meglio garantire gli equilibri politici nazionali.
Un confronto che appare viziato da due presupposti, entrambi sbagliati.
Il primo è che chiunque governi questa regione cambia poco, in quanto il Veneto mantiene una sua forza economica e sociale che lo rende tutto sommato immune anche da una cattiva politica.
Il secondo che, come molti sembrano oggi pensare, le Regioni abbiano ormai fatto il loro tempo e le politiche che contano passano per altri tavoli, a Roma, Bruxelles o Francoforte. Non è così.
Lo sviluppo del Veneto è oggi sfidato da cambiamenti strutturali che non possono più essere nascosti dietro la retorica della locomotiva economica nazionale, e le cui risposte devono in gran parte essere trovate e costruite qui.
Pensiamo, innanzitutto, al declino demografico, destinato a ridurre l’offerta nel mercato del lavoro e accrescere i costi del sistema sanitario, dei servizi sociali e assistenziali.
Un declino che inciderà non tanto sul saldo complessivo, bensì sulla composizione della popolazione e la sua distribuzione sul territorio. Fra soli cinque anni la perdita di giovani under 14 in Veneto sarà di oltre 60 mila unità, cui aggiungere un calo di altri 75 mila residenti in età lavorativa, a fronte di un aumento di quasi 100 mila over 65.
Con una distribuzione che penalizzerà le aree interne e i piccoli centri, molti dei quali destinati allo spopolamento. Tutto ciò, va sottolineato, in soli cinque anni. Non si tratta, perciò, di pensare alle nuove generazioni. Per chi dovrà governare il Veneto basterebbe guardare alle prossime elezioni.
Oltre alla demografia, anche l’economia segna il passo.
Negli ultimi due decenni la crescita del Veneto non si è affatto distinta dalla media nazionale, che è stata la più bassa d’Europa. Non solo. Lo sviluppo economico è oggi condizionato da un’accelerazione dell’innovazione tecnologica e da un contesto internazionale diventato più difficile, dove tensioni geopolitiche e un allarmante protezionismo tendono a contrarre la domanda estera su cui hanno da sempre fatto affidamento le imprese venete.
Questi cambiamenti stanno portando una riduzione della quota di occupazione manifatturiera, fenomeno che contraddistingue tutte le economie avanzate. Per mantenere livelli adeguati di reddito, i lavori persi nell’industria non possono essere sostituiti solo dal turismo – settore che esercita una pressione al rialzo sui prezzi locali e al ribasso sui salari – ma principalmente da servizi ad alto contenuto di conoscenza.
Per una regione come il Veneto, nella quale l’industria ha svolto e continua a svolgere un ruolo centrale, in termini non solo economici ma anche di identità sociale, lavorativa e territoriale, questi cambiamenti non saranno affatto indolori.
Un confronto sulle candidature per il governo del Veneto sarebbe ben più utile e degno di interesse se cercasse di confrontarsi anche su questi problemi, proponendo soluzioni credibili per farvi fronte.
Il primo riguarda il sistema educativo superiore e l’Università. Una recente ricerca svolta da Enrico Moretti dell’Università di Berkeley sulle sei principali economie industriali al mondo, fra cui l’Italia, ha mostrato come i territori manifatturieri che hanno saputo reagire ai cambiamenti strutturali, rilanciando sviluppo e occupazione sui nuovi settori tecnologici, sono quelli che avevano una quota maggiore di laureati sulla popolazione.
Non si tratta solo di aumentare i titoli di studio, bensì di sviluppare relazioni generative tra Università, imprese e istituzioni con l’obiettivo di creare ecosistemi attrattivi di talenti e investimenti innovativi che il Veneto, come su questo giornale ha più volte sottolineato Giulio Buciuni, fatica invece a trattenere.
Il secondo punto è una politica di integrazione metropolitana tra città e distretti industriali, al fine di far crescere e rendere accessibili alle nostre imprese i nuovi servizi ad alto contenuto di conoscenza. Questi servizi hanno bisogno di economie di scala e varietà che solo la complessità urbana può assicurare.
Se il Veneto non ha, né potrà avere, grandi città metropolitane, può tuttavia investire più di quanto abbia fatto finora sulle interconnessioni tra città, a partire da Padova e Venezia – ma, ad esempio, anche tra Belluno e Feltre; Conegliano e Vittorio Veneto; Bassano, Castelfranco e Montebelluna – sviluppando reti urbane in grado di promuovere nuove specializzazioni e contesti più vivaci e attrattivi per i giovani.
Il terzo punto riguarda la finanza, che dovrebbe partecipare in modo più attivo e responsabile a un disegno di rigenerazione produttiva. Oltre alle banche locali, il cui ruolo come attori di politica industriale andrebbe comunque rivalutato, bisognerebbe cercare di reinvestire sul territorio almeno una parte degli ingenti flussi finanziari generati dalle acquisizioni di imprese venete.
Una stima cautelativa per il Nord Est indica almeno 40 miliardi di euro negli ultimi dieci anni. Invece che lasciare campo libero alle operazioni di M&A da parte di fondi americani, arabi o cinesi, bisognerebbe promuovere strumenti finanziari e infrastrutture a sostegno di una imprenditorialità innovativa, con l’obiettivo di far evolvere le vocazioni produttive del territorio nell’economia del futuro. Non sarebbe il caso che la politica prestasse un po’ di attenzione anche a questi temi? —
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