
Il 29 agosto è una data simbolica. Nel 1991, proprio in questo giorno, veniva chiuso il poligono di Semipalatinsk, in Kazakistan, uno dei principali siti di test nucleari dell’Unione Sovietica. Tra il 1949 e il 1989 vi furono condotte 456 esplosioni atomiche, con conseguenze devastanti: contaminazione del suolo, incremento dei tumori, malformazioni congenite. E un’eredità sanitaria che grava ancora oggi sulle popolazioni locali.
La memoria di quella chiusura spinse, nel 2009, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a istituire, il 29 agosto, la Giornata internazionale contro i test nucleari. Una ricorrenza che vuole mantenere viva l’attenzione sull’impatto delle esplosioni atomiche e rilanciare l’urgenza del disarmo globale.
Oggi, mentre la guerra in Ucraina riporta il rischio atomico al centro della geopolitica, questa giornata interroga anche l’Italia. Paese che non possiede un arsenale nucleare, ma che continua a giocare un ruolo di primo piano all’interno della strategia atomica della Nato.
Nuclear sharing: il ruolo dell’Italia nelle basi atomiche
L’Italia ha accarezzato l’idea di un proprio deterrente nucleare negli anni Sessanta. Ma il progetto fu abbandonato nel 1975, con la ratifica del Trattato di non proliferazione nucleare (TNP). Da allora Roma ha sempre dichiarato la propria adesione al principio della non-proliferazione, pur rimanendo parte del programma di nuclear sharing della NATO. In base a questo accordo, ordigni nucleari statunitensi vengono stoccati in basi europee e, in caso di conflitto, potrebbero essere utilizzati dai Paesi ospitanti. Nel caso italiano, si tratta delle basi di Aviano (Friuli-Venezia Giulia) e Ghedi (Brescia).
Secondo un rapporto pubblicato dalla coalizione ICAN (International Campaign to Abolish Nuclear Weapons) nel 2024, sul territorio italiano si trovano circa 35 bombe B61, in attesa di essere sostituite dalla nuova versione B61-12, più precisa e a potenza variabile. È il numero più alto tra gli Stati membri Nato che partecipano alla condivisione nucleare. Le armi restano formalmente sotto il controllo statunitense, ma la presenza stessa degli ordigni comporta rischi e responsabilità significativi per il nostro Paese.
I costi nascosti delle armi nucleari in Italia
La discussione pubblica italiana raramente affronta il tema dei costi economici legati alla deterrenza nucleare. Secondo il rapporto “The Hidden Costs of Nuclear Weapons”, pubblicato da ICAN e ripreso in italiano dalla campagna Rete Pace e Disarmo, la spesa mondiale per il mantenimento e la modernizzazione degli arsenali nucleari ha raggiunto i 100,2 miliardi di dollari nel 2024. Ovvero 3.169 dollari al secondo. Negli ultimi cinque anni, dal 2020 al 2024, i nove Paesi dotati di armi nucleari nel mondo (Usa, Cina, Regno Unito, Russia, Israele, Pakistan, Nord Corea, India e Francia) hanno speso 415,9 miliardi di dollari per i propri arsenali.
Gli Stati Uniti guidano la classifica con 56,8 miliardi (+5,3 miliardi nel 2024 rispetto al 2023). Più della somma di tutti gli altri Paesi nucleari messi insieme. La Cina rimane al secondo posto con 12,5 miliardi di dollari, seguita dal Regno Unito con 10,4 miliardi. Con quanto speso nel 2024 per le armi nucleari, i Paesi avrebbero potuto finanziare il bilancio delle Nazioni Unite 28 volte. O nutrire per quasi due anni tutte le 345 milioni di persone affette da fame estrema nel mondo.
Gli alleati Nato, compresa l’Italia, non compaiono come possessori. Tuttavia sostengono indirettamente questo sistema attraverso il bilancio comune della Nato, le spese infrastrutturali per ospitare le testate e l’adeguamento delle basi militari. A Ghedi, per esempio, sono in corso lavori di ammodernamento per rendere la base compatibile con i nuovi ordigni B61-12 e con i caccia F-35, che sostituiranno i Tornado oggi destinati alla missione nucleare.
«Al momento stimiamo per l’Italia un costo nucleare indiretto e collegato alla presenza testate nucleari statunitensi di circa 500 milioni di euro all’anno – sottolinea Francesco Vignarca, coordinatore delle campagne di Rete Italiana Pace Disarmo –, ma il dato non è certo, a causa di enormi opacità e difficoltà di accesso a molti dati».
La diplomazia italiana tra disarmo e contraddizioni nucleari
Sul piano diplomatico, l’Italia ribadisce regolarmente la sua fedeltà al TNP (Trattato di Non-Proliferazione) e sostiene l’entrata in vigore del Trattato per la messa al bando totale dei test nucleari (CTBT), firmato ma non ancora ratificato da attori chiave come Stati Uniti e Cina. Nel gennaio 2025, Roma ha anche presieduto la Conferenza del Disarmo di Ginevra, riaffermando la necessità di rilanciare i negoziati multilaterali sul disarmo.
Eppure, quando si tratta del Trattato di proibizione delle armi nucleari (TPNW), adottato dall’Onu nel 2017 e già entrato in vigore nel 2021, la posizione italiana è di netta chiusura. L’Italia ha boicottato le negoziazioni, rifiutato di firmare il trattato e continua a votare contro le risoluzioni Onu che ne promuovono l’attuazione. Una scelta dettata dalla volontà di restare allineata alla Nato, che considera il TPNW incompatibile con la propria dottrina di deterrenza.
Armi nucleari e banche: l’Italia resta coinvolta
Secondo l’ultimo rapporto di Don’t Bank on the Bomb, l’entrata in vigore del Trattato di proibizione delle armi nucleari ha contribuito a ridurre del 23% il numero di istituti finanziari coinvolti nel business dell’atomica. Ma, mentre alcuni attori internazionali hanno fatto passi indietro, l’Italia resta nella lista dei Paesi che continuano a sostenerlo. Otto istituti nazionali hanno erogato complessivamente 6,3 miliardi di dollari in prestiti e sottoscrizioni a 24 aziende del settore.
A guidare la classifica è Unicredit, con 3,1 miliardi di dollari in prestiti e 1,4 miliardi in sottoscrizioni, seguita da Intesa Sanpaolo (885 milioni). Sono le uniche banche italiane ad avere rapporti finanziari con produttori di armi
nucleari diversi dall’italiana Leonardo, quali Honeywell, RTX, Northrop Grumman e Thales. Le restanti banche – Banco BPM, BPER Banca, Banca Popolare di Sondrio, Monte dei Paschi di Siena, Banca Passadore e Mediobanca – figurano nel rapporto esclusivamente per i loro rapporti finanziari con Leonardo, il colosso della difesa a controllo statale. Anche l’unico caso rilevato di investimento diretto in titoli, quello di Banca Mediolanum, riguarda Leonardo: 6 milioni di dollari in obbligazioni della società.
Il paradosso è che, nonostante la spinta internazionale verso disinvestimenti etici e sostenibili, culminata nell’adesione di 131 investitori istituzionali all’iniziativa “Nuclear Weapons Free Finance” di ICAN ed Etica SGR, il sistema finanziario italiano continua a riversare miliardi in un’industria che produce ordigni la cui proibizione è già sancita dal diritto internazionale.
Gli italiani e le armi nucleari: opinioni a confronto
Se la politica segue l’ombrello atlantico, l’opinione pubblica sembra andare in direzione opposta. Un sondaggio condotto nell’aprile 2025 in sei Paesi europei ha mostrato che la maggioranza della popolazione si oppone allo stazionamento di armi nucleari statunitensi sul proprio territorio – compreso il 59% in Germania e il 63% in Italia. Numeri che confermano una distanza crescente tra scelte governative e volontà dei cittadini.
Ora, il 34esimo anniversario della chiusura di Semipalatinsk e il 16º della Giornata Onu contro i test nucleari offrono l’occasione per tornare a interrogarsi sulla politica nucleare italiana. Continuare a ospitare armi atomiche significa contribuire a una strategia che, lungi dal ridurre i rischi, li amplifica, come dimostrano le crescenti tensioni geopolitiche. Il disarmo nucleare rimane formalmente un obiettivo condiviso, ma la realtà mostra una direzione opposta: arsenali modernizzati, nuove testate e spese miliardarie. In questo scenario, l’Italia resta sospesa tra la fedeltà alla NATO e la pressione dell’opinione pubblica interna.
La domanda che emerge in questa giornata è semplice, ma fondamentale: l’Italia vuole essere un attore coerente nella costruzione di un mondo libero dalle armi nucleari o continuerà a restare nell’ambiguità di un Paese che predica il disarmo ma ospita bombe atomiche sul proprio suolo?
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