31 Agosto 2025
Tajani: «No a nuove tasse sulle banche. Lo Stato resti arbitro»




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Lo Stato in economia deve continuare a «fare l’arbitro» senza vestire i panni del giocatore e senza mettere nuove tasse sulle banche. Antonio Tajani, vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri, interviene così sulla possibile misura che il governo Meloni potrebbe imporre agli istituti di credito e che sta infuocando il dibattito estivo con tanto di caduta dei titoli creditizi in borsa. In questa intervista a Milano Finanza il vicepremier traccia anche una linea rossa interna e un monito esterno: l’esecutivo resti imparziale nelle scalate bancarie mentre la Bce vari un Quantitative Easing anti-dazi.

Domanda. Ministro Tajani, il ministro Giorgetti ha chiesto alle banche di fare di più per famiglie e imprese. Gli istituti di credito ne avrebbero la possibilità secondo lei?

Risposta. Fortunatamente in Italia abbiamo banche solide e questo è un fattore positivo per la nostra economia. Ricordiamoci dove eravamo una decina di anni fa, con i vari salvataggi che sono costati miliardi ai contribuenti. Ma se guardiamo a oggi ricordiamo anche che solo l’anno scorso il governo ha fatto un accordo biennale con banche ed assicurazioni per circa 3,5 miliardi di euro che verranno versati alla casse dello Stato. Noi siamo per una economia liberale e non dirigista, e l’attività delle banche è sempre monitorata dai vari organismi di vigilanza, come Banca d’Italia e Bce. Le banche già pagano il 3,5% in più di Ires e lo 0,75% di più di Irap. Bisogna sempre dialogare con le realtà economiche per evitare che l’aumento dei loro costi non vengano scaricati su imprese e famiglie.

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D. Quindi, metterete una tassa sulle banche o no?

R. Per capirci: se alziamo le tasse alle banche senza garantirci che non incrementeranno quello che fanno pagare ai loro correntisti, il risultato per i contribuenti sarebbe semplicemente negativo. Insomma è giusto che le banche paghino le tasse come tutte le imprese, è giusto chiedere il loro sostegno all’economia nazionale, ma non permetteremo alcun colpo di mano che spaventi i mercati e disincentivi gli investimenti in Italia.

D. Però anche questa estate si parla di un contributo da chiedere alle banche: Forza Italia in passato si è opposta, cosa ne pensa? Le banche, forti dei tanti utili registrati, potrebbero fare di più?

R. Siamo stati sempre contrari alla logica di tassare extra-profitti, visto che c’è già una tassazione progressiva. E poi come si fa a definire il perimetro degli extra-profitti? Perché un profitto è “extra”? Mi sa tanto di dirigismo e statalismo sovietico che non appartiene alla nostra cultura economico-liberale.

D. Le banche devono quindi godere di privilegi?

R. Il profitto deve essere tassato, giustamente, ma accanirsi significa andare a colpire al cuore il sistema produttivo: penso alle banche popolari e di credito cooperativo che garantiscono l’accesso al credito a milioni di piccole imprese. Creare la persecuzione delle banche è un errore gravissimo che si ripercuoterebbe sul mondo produttivo.

D. Solo ipotizzare una imposta sul buyback ha fatto cadere i titoli in borsa di tutte le banche, Unicredit e Intesa comprese. Cosa pensa di questa idea?

R. Per quando riguarda il buyback si tratta di una proposta dannosa perché innanzitutto penalizza il risparmiatore che ha investito in azioni, si penalizza retroattivamente il valore e quindi l’attrattività della aziende virtuose che hanno annunciato il buyback, si scoraggiano e si allontanano gli investitori internazionali e si penalizzano i fondi pensione.

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D. Restiamo sul fronte credito. Cosa pensa di quello che sta accadendo nel risiko bancario? Unicredit è stato stoppato nella ops su Banco Bpm, Mps sembra invece sulla via del successo nella conquista di Mediobanca. Non la preoccupa la presenza del governo nella cordata che sta dando l’assalto a Piazzetta Cuccia e alle Generali?

R. Noi siamo per il mercato e per uno Stato che controlla, che si fa arbitro, ma non giocatore.

D. Più volte lei ha chiesto alla Bce di abbassare i tassi per evitare una spirale recessiva sull’economia colpita dai dazi di Trump. La Fed sembra intenzionata a tagliare il costo del denaro, Francoforte no. Sbagliano in Eurotower?

R. Abbassare i tassi servirebbe non solo a rilanciare l’economia, ma anche ad abbassare il valore dell’euro, che da inizio anno si è rivalutato di oltre il 10% sul dollaro, e questo rischia di fare più danni dei dazi al nostro export. Le dico di più: per avere più incidenza servirebbe un nuovo “Quantitative easing”, come durante il Covid, che abbasserebbe il valore dell’euro aumentando la competitività, e darebbe risorse per finanziare una vera politica industriale, dell’innovazione, dell’energia, della sanità, della sicurezza e della difesa, intesa anche come trasporti e cybersicurezza.

D. Mario Draghi ha detto che l’Unione Europea è “evaporata” nel 2025. Condivide questo giudizio così duro? E cosa si può fare per rilanciarla?

R. Le sfide che abbiamo oggi, con Cina, India e anche Stati Uniti, oltre che Russia e altri grandi Paesi, non possono che essere affrontate dall’Europa Unita. Da soli subiremmo le decisioni altrui, basate sugli interessi dei grandi Paesi, senza nessuna possibilità di incidere. E questo è un serio rischio per un Paese esportatore come siamo noi, nonché povero di energia e materie prime. Rafforzare l’Ue è nel nostro interesse strategico nazionale. Abbiamo una sfida tecnologia, energetica, industriale e della difesa che dobbiamo vincere. È chiaro che l’Europa deve ridurre le nostre dipendenze dagli altri Paesi se vogliamo negoziare alla pari. Abbiamo bisogno di un grande piano industriale europeo che punti su difesa, industria, energia e nuove tecnologie, investendo in ricerca e sviluppo.

D. In questo quadro che ruolo hanno i “Volenterosi” per l’Ucraina?

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R. La logica dei “Volenterosi” deve estendersi anche a questo piano industriale appena descritto. Una nuova Ceca, non più su carbone e acciaio, ma su difesa, industria, tecnologia ed energia. Noi di Forza Italia abbiamo per primi presentato a inizio 2025 un Piano industriale per l’Italia e l’Europa, che ho illustrato, ed è stato adottato, all’assemblea del Ppe. Poi servono riforme strutturali: abolire il voto all’unanimità tranne che in poche eccezioni; dare più potere al Parlamento europeo attribuendogli finalmente la facoltà di iniziativa legislativa; avere finalmente una “Missis Europe” o “Mister Europe” che unifichi le figure del presidente della Commissione e del presidente del Consiglio europeo. E poi bisogna arrivare al completamento del mercato interno, compresa l’integrazione finanziaria che sarebbe allontanata da nuove tasse sulle banche.

D. Milioni di italiani lamentano l’aumento enorme dei prezzi di molti generi di consumo, gli imprenditori invece segnalano come il costo del credito non sia diminuito a dispetto del taglio dei tassi da parte della Bce. C’è un problema di politica monetaria in Europa e di controllo dei prezzi in Italia?

R. L’aumento dell’inflazione che abbiamo avuto negli anni 2022-2023 è stato dovuto all’aumento dei prezzi energetici su scala globale, e non dipendente dall’andamento della nostra economia. Fortunatamente oggi siamo sotto il 2%. Dobbiamo rilanciare la crescita attraverso un fisco che premi chi investe, chi paga le tasse, riducendole, chi assume, chi lavora e fa straordinari, chi aumenta la produttività, chi studia, chi vuole fare figlio, chi fa un servizio per la collettività.

D. L’Italia è il quarto Paese esportatore nel mondo, quanto rischia il nostro sistema dai dazi al 15% decisi dall’accordo Usa-Ue?

R. Lavoreremo sempre per condizioni migliori. Tuttavia un effetto negativo c’è, inutile negarlo. Ma abbiamo una esportazione vasta e differenziata, che è capace di raggiungere altri nuovi mercati emergenti. Penso che il nostro sistema sia abbastanza forte da poter gestire questo livello di dazi. Per tutelare le nostre imprese ho dato vita a un Piano Strategico per l’export finalizzato a rinforzare la presenza italiana in attrattivi mercati extra Ue. E la riforma del Ministero degli Esteri appena approvata favorirà con la nuova Direzione Generale della Crescita la presenza delle imprese italiane nel mondo che saranno sostenute dalle ambasciate, dall’Ice, da Simest e da Sace.

D. La riforma fiscale messa in campo dal governo è molto ambiziosa ma quando si avranno i primi effetti di taglio delle tasse sul ceto medio?

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R. Come Forza Italia abbiamo proposto la riduzione dell’Irpef dal 35% al 33% fino a 60.000 euro. Crediamo sia indispensabile aiutare il ceto medio, su cui oggi pesa gran parte del carico fiscale del Paese.

D. Un’altra componente importante dell’azione di governo è la politica industriale, che ancora oggi sembra non avere una direzione precisa tra gravi crisi come l’ex Ilva e veti pubblici sugli acquisti di asset considerati strategici. Pensa che il golden power vada limitato a casi eccezionali?

R. Come ho già detto, serve una forte politica industriale europea, su cui innestare una forte politica industriale nazionale. Dobbiamo sviluppare politiche economiche in grado di attirare investimenti e mobilizzare il grande risparmio privato, che è la nostra vera risorsa. In Europa ci sono 10 mila miliardi sui conti correnti. In Italia 1.700. Se solo il 10% di questi andasse in investimenti nell’economia reale, avremmo 170 miliardi in più. Credo che il golden power sia utile, ma solo per casi realmente strategici.

D. L’azione del governo sembra spesso rallentata dal confronto politico e da ben sei elezioni regionali alle porte: che giudizio dà dei primi mille giorni dell’esecutivo Meloni?

R. Facciamo parlare i fatti concreti: calo dello spread, ormai siamo come la Francia, rating mantenuti e migliorati, record storico di occupati, con oltre un milione di nuovi posti di lavoro molti a tempo indeterminato, 12 miliardi per cuneo fiscale. Ora lavoriamo per ridurre le tasse al ceto medio e per aumentare gli stipendi più bassi. Penso alla esclusione contributiva per i lavoratori che guadagnano fra i 7,5 e i 9 euro l’ora. (riproduzione riservata)



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