31 Agosto 2025
La democrazia del passo lento: Ricci e il ritorno alla politica di prossimità


“Adesso è ufficiale, sono state presentate le liste che compongono l’Alleanza del Cambiamento, a sostegno della mia candidatura a Presidente della Regione Marche. Come avevamo già annunciato sono in totale 7 liste vere, con 210 candidati, donne e uomini competenti e appassionati, espressione di partiti, movimenti civici, associazioni, del mondo del lavoro, del sociale e dell’impresa. Con un solo obiettivo davanti a noi: liberare le Marche dal nulla amministrativo e dalla mediocrità di questi anni, per dare nuova forza alla sanità pubblica e al lavoro dignitoso, ricucire i territori e restituire speranza e fiducia a tutti i marchigiani”, così Matteo Ricci, europarlamentare PD e candidato alla presidenza della Regione Marche.

“Per noi la politica o è popolare, o non è. Lo abbiamo imparato da ragazzini e non abbiamo mai smesso di stare in mezzo alle persone, ascoltandole e mettendo al centro i loro problemi, le loro preoccupazioni e i loro interessi. – dichiara Ricci – Per questo andremo a casa degli elettori, incontreremo le persone una ad una. Perché ogni voto conta, ogni voto è decisivo per cambiare in meglio il destino della nostra terra. – prosegue – Continueremo a farlo, e chiedo lo stesso a ciascuno di voi: andiamo strada per strada, casa per casa, piazza per piazza, per convincere tutte e tutti i marchigiani a votare il cambiamento”.

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Nella dichiarazione di Ricci, al di là del lessico della contrapposizione e della promessa di rinnovamento, risuona un concetto chiave: la “politica popolare”. Non è un vezzo retorico, ma il tentativo di rievocare un’idea di politica come pratica di prossimità, che affonda le proprie radici nella tradizione repubblicana e, più indietro ancora, nel municipalismo medievale.

Parlare di una campagna “casa per casa” significa riproporre un metodo che precede la modernità mediatica: il contatto diretto, il dialogo faccia a faccia, lo sguardo che incrocia lo sguardo. È la politica intesa come pedagogia civica, quella che Tocqueville, osservando l’America dell’Ottocento, descriveva come un tessuto democratico fatto di comunità locali e associazioni, dove la vita pubblica prendeva corpo nella concretezza dei rapporti quotidiani.

In un tempo dominato da algoritmi e piattaforme, Ricci sceglie deliberatamente l’opposto: la fatica fisica della presenza, l’andare “piazza per piazza”, il bussare alle porte, quasi un atto di restituzione nei confronti di una cittadinanza che si sente distante e disillusa.

Le Marche non sono una regione qualsiasi. Sono una “terra di mezzo” non solo geograficamente, ma anche politicamente e culturalmente. Terra di transiti e di confini, di pluralità identitarie, di province che custodiscono un orgoglio municipale tenace, ma che al tempo stesso condividono fragilità comuni: la sanità territoriale messa in sofferenza, la crisi delle piccole e medie imprese, lo spopolamento delle aree interne, la difficoltà delle infrastrutture.

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In questo mosaico frammentato, la promessa di “ricucire i territori” assume un valore che va oltre il pragmatismo amministrativo: diventa quasi un progetto antropologico, una visione di comunità. In questo senso, l’Alleanza del Cambiamento è proposta come un laboratorio politico che, se avrà successo, potrebbe essere osservato e replicato su scala nazionale.

La dichiarazione di Ricci è costruita con sapienza retorica: alla durezza del giudizio sull’avversario (“nulla amministrativo e mediocrità”) si contrappone il registro della speranza, della “fiducia restituita” e del “lavoro dignitoso”. Non sono formule casuali, ma archetipi della cultura politica riformista. La sanità pubblica come bene comune, il lavoro come dignità personale e sociale, la ricostruzione del tessuto territoriale come impegno morale: tre assi portanti che parlano direttamente all’immaginario collettivo.

Si potrebbe dire che Ricci, con questo linguaggio, attinge a un patrimonio condiviso, quasi mitico, della sinistra democratica: la fiducia nella capacità della politica di ricomporre fratture, di ridare senso e coesione, di incarnare la speranza.

Ma dietro la sfida marchigiana si intravede un orizzonte più ampio. Se la campagna “casa per casa” riuscirà a trasformarsi in consenso reale, Ricci non otterrà soltanto un risultato regionale: avrà dimostrato che esiste ancora spazio per una politica di prossimità, capace di scalfire il cinismo diffuso e l’astensionismo crescente.

La posta in gioco, dunque, non riguarda soltanto le Marche. Riguarda la possibilità di recuperare, in Italia, un’idea di politica che non si riduce a marketing elettorale, ma torna a essere pratica di comunità. Una politica che, per dirla con Gramsci, “organizza il pessimismo” traducendolo in azione collettiva, in impegno quotidiano, in costruzione di futuro.

E in questa chiave, il “casa per casa” non è soltanto una strategia elettorale: è una metafora di resistenza culturale, un tentativo di riportare la democrazia a misura d’uomo.



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