31 Agosto 2025
Perplexity punta a Chrome, cosa è successo e quali sono i piani di Srinivas, il nuovo re dell’Ai


di
Massimo Gaggi

Aravind Srinivas, cresciuto in India in una famiglia poverissima, è il fondatore della società di intelligenza artificiale e vuole acquistare Chrome, nel mirino dell’Antitrust per la posizione dominante di Google. Le sue carte? L’Ai e alleati come Jeff Bezos. Ma basteranno 34,5 miliardi?

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Bill Gates, Steve Jobs, Mark Zuckerberg, Larry Page e Sergey Brin, «padri fondatori», con le loro aziende (Microsoft, Apple, Facebook, Google), del mondo digitale nel quale viviamo, hanno tutti piantato a metà l’università — ingegneria e computer science — preferendo creare subito startup. Aravind Srinivas, che con la sua Perplexity ora sfida Google, della quale non molto tempo fa era uno stagista, cercando di comprarne il browser, Chrome, per spodestarla dal trono dei motori di ricerca, prima di entrare nel mondo delle imprese ha, invece, attraversato varie realtà accademiche. Ma poi, dal lancio della sua startup nel 2022, appena tre anni fa, ha bruciato le tappe.

Educazione tra gli algoritmi

Molti geni informatici devono molto ai genitori, a loro volta ingegneri o matematici, che li hanno fatti crescere tra computer e algoritmi. Anche Aravind, classe 1994, cresciuto a Chennai (allora si chiamava Madras) nel sud dell’India in una famiglia poverissima, deve molto alla madre: ogni volta che, fin da bambino, passavano davanti all’IIT, l’università tecnologica della città, lei gli diceva: «Un giorno studierai lì». E così è stato fra grandi privazioni della famiglia, borse di studio e vittorie alle olimpiadi della matematica. Ma, laureato in ingegneria elettrica nel 2017, Aravind si vide negare l’iscrizione al master in computer science. Quella battuta d’arresto fu la sua fortuna: emigrato negli Usa, diventerà un pupillo di Yoshua Bengio, genio dell’intelligenza artificiale. Poi il Phd a Berkeley in machine learning. Qui comincia a sviluppare l’idea che gli consentirà di creare un’azienda innovativa: invece di motori di ricerca che rinviano a elenchi di testi, costruire un motore che dà subito la risposta, assistito dall’intelligenza artificiale. 




















































Tappe bruciate

Srinivas, poi, brucerà le tappe: brevi periodi di lavoro in OpenAi, cattedrale dell’intelligenza artificiale, e in Google. Quindi, tre anni fa, la creazione di Perplexity, poco prima del boom di ChatGpt. È guerra di giganti: Google, surclassata da OpenAi, cerca di recuperare prima con Bard, poi con Gemini. Mark Zuckerberg segue la strada dell’open source con i modelli Llama di Meta. Microsoft stringe i rapporti con OpenAi, Amazon investe miliardi in Claude di Anthropic, Musk fonde Grok di xAi nella sua rete sociale, X. Perplexity si ricava uno spazio seguendo un modello diverso: non un’Ai proprietaria ma l’uso di quelle già sul mercato, per creare un ibrido tra un chatbot e un motore di ricerca che non si limita a rispondere alle domande fornendo un indice di contenuti. Come ChatGpt e gli altri bot, dà una risposta articolata, ma mentre il modello di Sam Altman non indica da dove trae i suoi contenuti, Perplexity è più affidabile perché indica le fonti dalle quali trae le sue risposte. 

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La difesa dell’indipendenza

Aravind conquista spazio soprattutto tra i professionisti che hanno bisogno di qualità e attendibilità dei dati, ma la sua è, pur sempre, una nicchia, a confronto delle quote di mercato dei giganti. Che cercano di conquistare Perplexity. Ma il primo tentativo di Apple e quello successivo di Meta non hanno successo: Srinivas e i suoi tre soci — Denis Yarats, Johnny Ho e Andy Konwinski — difendono l’indipendenza grazie anche al sostegno finanziario di partner con le spalle forti: SoftBank, Nvidia e Jeff Bezos, il fondatore di Amazon. Così, mentre in tanti giudicano Perplexity un fuoco di paglia, una pulce tra i giganti, Srinivas a gennaio offre di fondersi con TikTok: risolverebbe il problema della proprietà cinese della rete sociale e avrebbe accesso a oltre un miliardo di utenti. Offerta respinta dalla holding di Pechino proprietaria di TikTok, ByteDance. 

L’offerta per Chrome

Perplexity ci riprova oggi offrendo ad Alphabet-Google 34,5 miliardi di dollari per il suo browser Chrome. La società di Srinivas ha 30 milioni di utenti attivi che ogni mese fanno 780 milioni di ricerche. Sembrano tante ma sono ben poca cosa rispetto a quelle di Google: 13 miliardi e 700 milioni. L’anno scorso Perplexity ha incassato 34 milioni di dollari a fronte dei quali le uscite sono state di 65 milioni.
La fiducia dei suoi investitori ha fatto salire il valore teorico dell’azienda a 18 miliardi di dollari. Anche se questa valutazione fosse realistica, sono in tanti a chiedersi come potrebbe investire il doppio del suo valore per un’acquisizione. Srinivas risponde di avere più investitori pronti a coprire per intero quella cifra.
Probabilmente non bluffa, ma l’affare non si farà: secondo gli analisti Chrome vale molto più di 34 miliardi. Aravind però scommette sull’imminente sentenza del tribunale che ha già giudicato Google colpevole di comportamenti monopolisti. Il giudice Amit Metha, che in questi giorni dovrebbe stabilire la pena per Google, potrebbe imporre uno spezzatino al gruppo di Mountain View. Srinivas, convinto che per far arrivare i chatbot al grande pubblico sia necessario controllare i browser, porta d’accesso agli utenti, ha condito la sua offerta promettendo a Google di lasciare il suo motore di ricerca come soluzione di default di Chrome. Ma l’azienda di Mountain View, che non ha nemmeno risposto all’offerta, non intende rinunciare a Chrome, anche per le lei strategico. Se arriverà l’ordine di dismissione dal tribunale, potrà ricorrere in Appello e poi arriverà fino alla Corte Suprema: l’eventuale cessione sarebbe rinviata di anni.

Dietro l’attivismo c’è una debolezza?

 Secondo i critici, Perplexity si agita perché, partita col piede giusto, ora è incalzata dai giganti che hanno copiato il suo modello e rischiano di surclassarla. Ma Aravind è convinto di poter sopravvivere da indipendente in due modi. Da un lato con accordi commerciali che ampliano la platea dei potenziali clienti: Samsung offre l’opzione di integrare per un anno Perplexity Pro nei cellulari Galaxy, Apple sta pensando di ridurre la dipendenza da Google offrendo, in alternativa, Perplexity. In Europa, poi, Srinivas studia con Deutsche Telekom un nuovo smartphone già impostato sull’Ai della start up. E in India Airtel, una delle maggiori società telefoniche, offre per un anno gratuitamente Perplexity Ai Pro ai suoi 360 milioni di utenti.
Ma la vera scommessa di Aravind è Comet: il browser proprietario appena lanciato da Perplexity. A differenza di Safari di Apple, Edge di Microsoft o Chrome, non è solo una finestra su Internet: grazie all’integrazione coi modelli di Ai, sa fornire servizi, riassumere testi, capire il contesto, lavorare da agente autonomo. Funzionerà? Basterà a staccare di nuovo i concorrenti? Per quanto? La risposta al mercato.


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