29 Agosto 2025
Trump e il rischio di un’economia a misura di Casa Bianca


“Il mercato statunitense è un gigantesco e bellissimo negozio, cui tutti vogliono accedere. Io, per conto del popolo americano, posseggo il negozio e stabilisco i prezzi”. È la libera traduzione di quanto Donald Trump ha dichiarato a Time il 22 aprile, in una intervista a 100 giorni dall’inizio della sua presidenza.

Trump, dalla retorica del libero mercato al potere personale

Una dichiarazione, la sua, in totale contrasto con l’idea che gli US siano il Paese del libero mercato e che la fede nel mercato abbia dato un sostanziale contributo al successo della sua economia.

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Una dichiarazione in totale contrasto con la tradizionale ideologia del partito repubblicano e paradossalmente più vicina – per quanto riguarda il controllo dell’economia da parte dello Stato – al pensiero “quasi socialista” dell’ala sinistra del partito democratico: non è un caso, a tale proposito, che un esponente di punta di tale ala, quale Bernie Sanders, abbia espresso apprezzamento per la mossa di Trump (di cui riparlerò nel seguito) di convertire un precedente finanziamento pubblico fatto a Intel in una quota azionaria che ha fatto diventare il governo statunitense il primo azionista di Intel stessa.

Una dichiarazione peraltro, quella di Trump, una volta tanto “sincera”, in linea con i suoi comportamenti e le sue aspirazioni:

L’assenza di contropoteri nell’era Trump

Quello che mi colpisce di più è che Trump riesca a concretizzare molte delle sue aspirazioni in un Paese che aveva fatto dei “countervailing powers” (il termine coniato più di mezzo secolo fa dal famoso economista J. K. Galbraith) – della contrapposizione cioè dei poteri nella politica e nell’economia come strumento per evitare posizioni dominanti – una sorta di religione. È che ci riesca abbattendo, senza trovare quasi opposizioni, istituzioni che sino alla fine della presidenza Biden sembravano essere assolutamente solide. E che, laddove trovi resistenze come nel conflitto sulla riduzione dei tassi con il capo della Federal Reserve Jerome Powell, punti addirittura a cancellare l’autonomia della Fed stessa: con probabilità non piccole di riuscirci, nella quasi assenza di “countervailing powers” in grado di bloccare una misura che potrebbe avere un grave impatto sul prestigio stesso del dollaro e in ultima analisi degli Stati Uniti.

I fattori che hanno favorito il controllo di Trump

Sicuramente un enorme colpo di fortuna per lui è stato il decesso – poco prima della conclusione del suo primo mandato – di due membri di “fede democratica” della Corte Suprema (carica come ben noto a vita) e la possibilità, nominandone due a lui fedeli, di garantirsi la maggioranza nella Corte stessa: maggioranza che, come visto in questi quasi otto mesi di presidenza, gli ha condonato molte delle mosse più critiche e discutibili. E allo stesso tempo la maggioranza repubblicana nelle due camere, anche se estremamente esigua, ha fatto tacere quella che poteva essere una voce contrastante significativa.

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In un articolo di questi giorni di The Wall Street Journal –  “In Trump’s Second Term, a Bolder President Charges Ahead Unchecked” – quello che è stato il direttore degli affari legislativi durante il suo primo mandato presidenziale ha commentato “Credo che Trump si sia reso conto che non c’è molto che possa realmente impedirgli di fare quello che vuole (I think he’s learned there is not much that can really stop him from what he wants)”. Ed è questo che mi sembra essere l’aspetto più preoccupante per il futuro: la mancanza di reazione della società americana, per paura in molti casi e per interesse in altri. Un aspetto molto preoccupante per l’Europa, che – pur nella veste di “protettorato statunitense” (come era definita nei primi anni ’60 da membri dell’amministrazione Kennedy) – ha potuto godere negli ultimi 80 anni di una assoluta garanzia di protezione sul piano militare-bellico.  

Il nepotismo e la fine del concetto di conflitto di interesse

L’altro punto che mi colpisce – nei comportamenti non solo di Trump ma in generale dei componenti della sua amministrazione – è il progressivo svanire del concetto di “conflitto di interesse”: molte delle decisioni di questi mesi, a partire da diverse di quelle sul mondo crypto, sono state dettate dagli interessi privati dei decisori, in primo luogo da quelli della famiglia Trump. Vi è un “nepotismo” imperante, per giunta sbandierato senza alcun pudore: come appassionato di storia, il primo paragone che mi viene in mente è quello con il nepotismo dei papi, che per molti secoli – una volta eletti – usavano gli anni restanti della vita per rendere potente e ricca la loro famiglia.

Le operazioni Intel e Nvidia come modelli di controllo

Ritornando al discorso iniziale, la voglia di Trump di diventare il superpresidente delle imprese statunitensi (di quelle ai vertici mondiali soprattutto) – formalmente “per conto del popolo americano” – si concretizza in una serie di “innovazioni” capaci di aprirgli ampi spazi di discrezionalità. Due fatti recentissimi:

  • l’operazione Intel (citata in precedenza), in cui dopo violenti attacchi al CEO, Trump ha “convinto” la società a considerare i finanziamenti ricevuti dall’amministrazione Biden – nell’ambito di una legge volta a promuovere il manufacturing dei chip sul territorio statunitense – come aumenti di capitale, facendo diventare così lo Stato primo azionista e aprendo la strada al controllo di Trump (attraverso i rappresentanti che inserirà nel CdA) sulle strategie future, ma anche alla possibilità che egli acquisti benemerenze obbligando Paesi esteri, quali (temo) quelli UE in prima fila, a servirsi di Intel come fornitore privilegiato nonostante la qualità al momento non eccelsa dei suoi chip;
  • l’operazione Nvidia, che ha visto Trump riaprire i permessi di export in Cina dei chip di Nvidia stessa (e in misura minore di quelli di AMD) a fronte del pagamento allo Stato del 15% dei ricavi da tali vendite: una mossa (sinora però senza esito perché bloccata dalla diffidenza di Xi Jinping) di cui Trump si è ampiamente vantato per la sua capacità di contrattazione, ma che ha destato sconcerto in quanto riguardante un tema di sicurezza nazionale.   

Le implicazioni future del controllo statale sulle imprese

Che cosa vedo di concettualmente rilevante in queste operazioni?

La prima operazione, se replicata, potrebbe portare lo Stato e con esso il potere di Trump in molte delle imprese che ricevono contributi per finalità generali approvate per legge e non per salvataggi (dove l’entrata nel capitale è più usuale ed è stata applicata in diversi casi anche da Obama).

La seconda operazione, se estesa ad altri casi di export di beni hi-tech (“US Treasury secretary floats rolling out export tax to more industries – Scott Bessent says Nvidia revenue-sharing agreement could be a model”, FT, 13 agosto) potrebbe ampliare sensibilmente gli spazi di discrezionalità e (usando un brutto termine) di ricatto. Né mi stupirebbe, nel caso in cui l’UE allentasse la legislazione nei riguardi delle Big Tech sotto la minaccia di Trump di riaprire la trattativa sui dazi, che Trump stesso richiedesse alle Big Tech di corrispondere allo Stato una quota dei maggiori utili derivanti dagli allentamenti legislativi stessi.

Per completezza di informazione, ricordo che questi comportamenti “erratici” e “predatori” di Trump sono stati oggetto recentemente di un pesante articolo di Alan Beattie (opinionista di FT, dopo esserne stato “international economy and world trade editor”, e autore della “Trade Secrets” newsletter del lunedì), dal titolo “Trump’s roving banditry will undermine the US economy – On tariffs and tax the president acts like a mafia boss, but not a very good one”: un articolo che scommette sul fatto che questi comportamenti, oltre che creare caos nel mondo, potranno infliggere gravi danni strutturali all’economia statunitense.



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