
Si sta verificando un paradosso nel pensiero e nelle pratiche dominanti dell’economia. Le imprese dichiarano di perseguire la crescita attraverso competizione e investimenti, ma contestualmente chiedono sostegni pubblici. In nome della crescita la politica asseconda le imprese con bonus e incentivi. Gli economisti, per la gran parte, vedono nella crescita l’unica soluzione ai problemi esistenti, dalla disoccupazione alla sostenibilità del debito. Tutti ai piedi del Totem della crescita economica, ma più viene evocata e più resta anemica, priva di una spinta proveniente dall’interno dei meccanismi economici stessi.
Si festeggia quando si realizza qualche punto di decimale in più di Pil, e spesso tale risultato è frutto di un crescente indebitamento pubblico. Il contesto geopolitico spinge al riarmo e tale opzione è frequentemente presentata (in particolare dalle imprese interessate) come una nuova occasione di espansione. Infine, in molti evocano un nuovo ciclo di sviluppo frutto dell’intelligenza artificiale e di ulteriori dosi di automazione/robotizzazione.
Le novità sono importanti, ma attenzione a dare per scontato che le nuove tecnologie determinino meccanicamente aumenti di produttività e produzione, stiamo ancora attendendo il boom economico dovuto alla digitalizzazione e alla scomparsa del lavoro fisico e di fatica. La riduzione costante dei tassi di crescita economica viene da lontano, dall’esaurirsi del ciclo eccezionale del secondo dopoguerra. Ma nel nuovo secolo ha raggiunto livelli che per le regole sistemiche sembrano intollerabili. Ultimo esempio sono Francia e Germania, dopo decenni di stagnazione nipponica. Gli Usa non crescono come dovrebbero e da tempo sfruttano l’indebitamento federale. Persino la Cina ha dimezzato la crescita e ci si chiede quando scenderà sotto il 5% a fronte di un indebitamento ormai sui livelli occidentali. Solo alcuni paesi emergenti mantengono ritmi elevati, come se quelli maturi avessero raggiunto un livello difficilmente superabile e gli altri godessero ancora della spinta a colmare il gap con tale livello. Il paradosso è confermato dalla retorica italica che festeggia i decimali totalizzati. Un economista mainstream come Carlo Cottarelli ammette nel suo ultimo libro che quel poco di convergenza economica che si è vista in Europa «non è tanto il riflesso del miglioramento delle cose in Italia, ma del peggioramento della situazione negli altri grandi paesi».
Abbiamo, insomma, una serie di elementi oggettivi che suggeriscono come il modello basato sulla supercompetizione e mercatizzazione della sfera economico-sociale sia giunto a un limite. Il decennale contenimento salariale ha prodotto un aumento della disuguaglianza dei redditi e nella distribuzione delle ricchezze. A sua volta questo meccanismo non ha favorito l’espansione della domanda, aumentando il risparmio delle classi elevate con pochi sbocchi in investimenti produttivi e alimentando, per questa via, la rendita finanziaria. Dentro questo meccanismo il ruolo degli Stati uniti come consumatori di ultima istanza ha permesso di smussare le contraddizioni (che nel 2008 sono venute al pettine), ma oggi questo orizzonte non è più proponibile.
Chi evoca la crescita come la immagina in assenza di una radicale messa in discussione del modello sociale e reddituale che ci ha portato sin qui? Cosa dovrebbe determinare una discontinuità con il passato? Se tutti cercano di risolvere il problema aumentando le esportazioni è chiaro che nella migliore delle ipotesi qualcuno perderà e qualcun altro vincerà. È tempo di rimettere in discussione un modello che mira a una crescita infinita sempre più difficile da raggiungere, con tutte le sue storture fondate sul consumo per il consumo, puntando invece sulla difesa dell’ambiente e un benessere sociale complessivo fondato sulla riduzione delle disuguaglianze.
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