1 Settembre 2025
Giustino Trincia: «Diamo da mangiare anche a famiglie con due stipendi»


Giustino Trincia è il direttore della Caritas romana, che nelle proprie mense nel 2024 ha servito oltre 330mila pasti. «Occorrono misure di lungimiranza e responsabilità: c’è veramente un problema di tenuta sociale i cui segnali sono evidenti. Con il rischio che a essere colpiti siano sempre i più poveri, non si possono separare i temi della sicurezza e dell’inclusione sociale», dice.

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Un andamento che prosegue da anni, l’erosione del potere di acquisto si è accentuata. Ci sono famiglie che magari anche avendo due stipendi e un contratto di lavoro regolare sono working poors. Basta andare al supermercato o vedere il prezzo dei farmaci. Ma penso anche ai prezzi per i beni scolastici, con da una parte un marketing spietato e dall’altro le difficoltà ad acquistare quello che serve per l’istruzione dei figli. Lo vediamo da chi viene nelle nostre mense e nei nostri empori di solidarietà: da due anni ci sono anche bambini, soprattutto nel fine settimana quando non possono mangiare alla mensa scolastica. Sono eventi sentinella: tutto aumenta. Ma chi è che deve controllare e evitare che a essere spremute siano sempre le stesse tasche?

C’è stato un cambiamento nelle persone che si sono rivolte a voi?

Sì, ed è aumentata anche la migrazione: persone con un lavoro o una pensione, che non ce la fanno e vanno in un centro o una mensa lontana da dove vivono, per la vergogna della povertà. Persone vestite in modo più che dignitoso, ma che hanno difficoltà. C’è uno squilibrio evidente tra quanto entra e l’aumento del costo della vita. Considerando gli aumenti dell’energia, per esempio. E lo si vede dal successo delle offerte alimentari a basso costo, che significano a bassa qualità. Non è accettabile che tutto sia demandato al rapporto tra domanda e offerta: serve un sistema di contrappesi che intervenga sulle imprese, gli automatismi del mercato producono troppe forme di marginalizzazione. E vediamo un ricorso sempre più forte al sovraindebitamento, in aumento da anni.

Roma è una città che diventa sempre più diseguale?

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Le diseguaglianze sono il problema di Roma, così come di tutta Italia. È una città che a livello macroeconomico è in crescita, c’è ricchezza. Ma dentro ci sono troppe diseguaglianze: si è accentuata troppo la forbice tra chi è molto ricco e chi non ce la fa. Il ceto medio, che è quello più colpito, non ce la fa con questi costi. E le diseguaglianze non possono essere affrontate solo in modo assistenzialista: il volontariato può essere una parte della risposta. Ci sono enormi responsabilità politiche, non si può restare fermi perché non c’è nessuna neutralità in tutto questo. Servirebbe un regime di controlli molto più adeguato, misure più idonee per chi non ce la fa, una politica per le famiglie, andrebbe scorporato il costo del gas da quello dell’energia elettrica, politiche di sostegno al lavoro, di sostegno al reddito. Il nostro è un paese che si sta impoverendo: negli ultimi quindici anni la povertà assoluta è triplicata.

Accanto alla dimensione economica, ci sono altre forme di povertà.

Il concetto fondamentale è la multidimensionalità. La povertà economica è spesso legata a povertà sanitaria, a povertà abitativa. E quest’ultima è una delle più clamorose in assoluto, con dei costi schizzati in alto anche in periferia, un dilagare degli affitti brevi e decine di appartamenti vuoti di cui va favorito un ritorno sul mercato offrendo maggiori garanzie. Penso agli studenti fuori sede, vengono spennati: un letto non può costare 600€ più le utenze. L’offerta pubblica se non erro è di 3500 posti letto, e abbiamo 70mila studenti fuori sede. E cosa mangiano questi ragazzi se spendono così tanto per una stanza? Rinunciano perché i costi sono intollerabili.



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